sabato 7 gennaio 2012

La morte del poeta - L'urlo -

"L'ottusità, è la descrizione di occhi che hanno perduto la capacità di guardare, li chiamerò così gli occhi senza sguardo; c'è chi vede senza sentire e chi ascolta senza vedere!"
Così pensò il poeta.

"Il problema è della grande città, i rapporti reciproci fra gli uomini nelle grandi città si distinguono per una forte prevalenza dell'attività della vista rispetto a quella dell'udito".

Il poeta era il suo unico riflesso, non aveva che la sua immagine assoluta che si rifletteva in una moltitudine di figure anonime.

La causa principale pensò fosse essere dovuta al fatto dell'esistenza dei pubblici veicoli; prima di allora la gente non si era mai trovata in condizione di dover stare per minuti ed anche ore intere a guardarsi senza dire una parola.

Rimase così, perso nel suo limbo di pensieri per ore a fissare lo specchio nella sua casa dall'aspetto decadente e dal gusto prettamente nichilista, del resto rispecchiava il suo forte e contrastato ego.

Sarebbe tornato volentieri alla disposizione verticale delle immagini, avendone così una visione totalmente reale e dove la magia enorme e brutale gli avrebbe imposto non più inutili illusioni.

Preferiva contemplarsi allo specchio, riflettersi in quell'oceano di silenzio che gli si apriva, esser dinnanzi a moltitudini vorticose colme di profondità senza fondo, infinite ed enigmatiche.

Solitamente era in questi posti che riusciva a ritrovarsi, lì dove venivano espressi artisticamente e in tragica concentrazione i suoi sogni più cari.

Rimase incollato dinnanzi a quell'immagine fissa sentendosi come l'imperatore delle mosche, il calcolo del tempo dato dalla goccia del rubinetto traboccante scivolava tra le pareti asettiche della stanza e quella uniformità si sovrappose alla durata dello spezzato dei suoi pensieri lasciando solo frammenti diseguali e privilegiati.

I suoni della vita esterna legati ad un tempo a lui estraneo lo fecero sentire come un uomo che rimane estromesso dal calendario, cui ogni esperienza viene a sottrarsi, somigliante quasi a quelle povere anime che si agitano molto, ma non hanno una storia.

Il poeta abbandonato nei vuoti atemporali sperimentò una beatitudine di liberazione dai suoi terrori.

"Qualcosa è entrato nella mia testa - pensò - qualcosa di cui non posso dare affatto l'idea, sia pur vaga e confusa ad intelletto umano; qualcosa simile ad una vibrazione del regolatore mentale.
Il ciclo delle costellazioni è stato regolato in perfetta armonia con questo movimento riesco a misurare le irregolarità dello scorrere del tempo scandito da questa goccia, ho il suo gocciolio nelle mie orecchie; ma anche le minime deviazioni del ritmo preciso non mi turbano, esattamente come non mi ferisce fra gli uomini la violazione della verità astratta."

Così pensando il volto non mutò d'espressione alcuna, la staticità rimase totalmente immutata dalle circostanze contingenti.

" Ho donato ciò che la vita mi aveva donato, ho vissuto al solo rumore delle fiamme crepitanti del mio ego, come un morto, ora respiro i profumi dei calori passati".

Tutt'intorno grigiore, il mondo esterno a puntini, i ricordi si posarono sul fiume nero dove piangevano tre ragazze dall'aspetto fatato, tutto contrapposto ai rompicapi sociali, donne del colore delle mandorle lo riportarono ai giochi semplici dei giorni adolescenziali che si congiungevano alla precarietà presente della sua figura.

"Le sbarre sono dentro la gabbia, e la gabbia è il mio stesso corpo, ed io non sono che un semplice umano non un uccello che da molto in alto arriva dinnanzi a queste sbarre per cantare la sua libertà. Quel giorno quelle strane creature mi hanno fatto attraversare i passaggi sotterranei dove confluiscono tutte le essenze, ma divennero talmente luminose che non potei più vederle, avevo già l'età che mi porto addosso, ma ora vivo come un guardiano notturno e solitario vegliando su di me e sul mio pensiero in una fabbrica deserta ed enorme, la mia faccia adesso è di gesso ha perso ogni espressione. Già, ora viaggio sulla nave dove nulla accade e mi sento immune a tutti i climi, il mio vascello approda su una terra dove il tempo è simboleggiato da una bandiera nera e non v'è alcuna storia infantile!".

Così dicendo sedette dinnanzi allo 'Specchio dell'Anima', mentre tutt'intorno l'aria s'era appesantita da nubi di fumi provenienti da sigarette accese e lasciate in balia di se stesse, i rumori della vita non toccarono l'animo concentrato sulle riflessioni traboccanti d'infinito ed abbandono.

Le figure che si stagliarono attorno alla sua figura erano evanescenti, nulla d'esistente se non la sua unica figura, lì per ore incollata all'unica icona di riferimento.

La stanza colma di rumori, ronzii, ora colma di spiragli di vita in cui facevano talvolta capolino apparizioni improvvise, frangenti di anime mangiate e vomitate velocemente da solitudini preesistenti, che alla presenza del 'solo' non ebbero alcuna funzione specifica, nulla di reale; solo un unico magma, un'unica macchia la figura preesistente nel vuoto di se stesso, aliena e sospesa da elementi nocivi ed insidiosi.

La goccia continuava a scandire il tempo che sembrava consumarsi velocemente, i rumori della strada riportarono i pensieri alla sua essenza circoscritta a luoghi pregni di ripugnanza, angoscia proprio come la finestra sull'angolo che lo spingeva in lontananze a lui remote.

"Le mie uniche compagnie ecco: i militari, le bande carnevalesche! Quelli sì che mi si accordano nei loro modelli così esemplari! Forse solo in parte, poiché l'uomo 'civilizzato' quale dovrei sentirmi ricade troppo spesso allo stato selvaggio in uno stato d'isolamento: ecco quel che sono; solo un fiammifero che è sostituito da un unico semplice gesto, un semplice choc!
Ma io sono troppo complesso per sottomettermi, l'uomo isola 'l'uomo'. Che gran paradosso!".

Lo specchio in cui piacevolmente si perdeva lo riportò alle esperienze tattili che si adagiavano mollemente congiungendosi alle esperienze ottiche, ripensò a ciò che non era solo un riflesso, la folla, l'uniformità nel vestire e nei comportamenti, le uniformità delle azioni quotidiane gettate in angoli di vita e colte solo da fotografi ciechi.

"Già!" - pensò -"L'uniformità d'espressione!".

I sorrisi danno da pensare, ad esempio, quando qualcuno ti da un colpo casualmente in strada poi ti saluta con un cenno come fosse qualcosa di simile ad un automa.
Ma io invece la carta me la prendo e non ve la faccio vedere! Il poeta non vuol giocare, il vostro è un gioco d'azzardo del quale non voglio esser complice!".

Così dicendo si voltò verso la parete scarna nel vuoto dei vetri carichi dei suoi silenzi e l'ombra disegnata sul fondo cercava il riflesso dell'anima.

La notte era giunta accompagnata da sospiri d'ambra e sogni perduti, la sua memoria si stava oscurando lentamente consapevole che il tempo era oramai trascorso, i desideri erano perduti chissà in quale angolo di quella casa, il poeta rimase in piedi nel castello offuscato dai pensieri simili ad una affilatissima lama; alla presa di coscienza della sua infinita piccolezza e dei suoi limiti di uniformità ebbe un tremore.

La leggenda nera era terminata lì in quell'angolo di nichilismo dove un uomo ora riusciva a piangere da solo, riusciva a piangere di se stesso … la sua anima s'era destata dal lungo sonno.
Dietro di sé solo un urlo.

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